C’è una foto sgranata, da qualche parte negli archivi del Napoli, che ritrae un ragazzone di colore con la maglia azzurra. È il 1947, l’Italia si sta ancora leccando le ferite della guerra persa e al porto di Napoli sbarca un uruguaiano alto un metro e ottantacinque per quasi ottantacinque chili (per i tempi, parliamo di un omone – ancor più di oggi). Si chiama Roberto Luiz La Paz, classe 1919, ed è considerato il primo calciatore non bianco a calcare i campi della Serie A, sebbene di lui si parli ben poco.
La sua storia è da romanzo e il suo legame con Napoli ricorda in qualche forma quello di qualcuno che decenni più in là scriverà la storia del calcio in terra partenopea: “Se sta scartanne tutt’o Vommero”, dicevano di La Paz (che giocava ala destra, a discapito del fisico imponente) quando prendeva il pallone e si metteva a danzare tra i difensori avversari – fuori dal campo, però, le cronache parlano di una vita alla Steve McQueen (vi ricorda qualcosa?)
La Paz non era infatti esattamente il tipo da ritiri e vita monastica: pare gli piacessero le donne, il bere, il fumo (venere, bacco e tabacco). Indisciplina totale, ma quando scendeva in campo era pura classe e così Michele Andreolo, suo connazionale già nel Napoli, lo aveva segnalato alla società partenopea dopo averlo visto giocare nel Peñarol
La Paz e l’arrivo su un piroscafo nel 1946
Ma La Paz – sbarcato dall’Uruguay su un piroscafo – non sbarca subito a Napoli: prima aveva passa dalla Frattese, in tempo – nel 1946 – per battere per 4-1 il Milan in un’amichevole rimasta storica (si parla poi di una stagione non entusiasmante giocata proprio con la Frattese, ma le fonti come in tutta questa storia sono decisamente frammentarie). Poi l’approdo in Serie A con gli azzurri.
La stagione 1947-48 fu quella della consacrazione e della maledizione. Si legge che La Paz disputò partite memorabili, come un 5-1 al Modena dove secondo il cronista del Corriere dello Sport – citato da Wikipedia – fu autore di una prestazione magistrale (sebbene il suo nome non appaia sul tabellino). Ma a nulla servirono le sue prestazioni – e un ottimo girone di ritorno dopo un disastroso girone d’andata concluso all’ultimo posto: il Napoli retrocedette, con l’aggravante di un tentativo di corruzione in una gara contro il Bologna.
Le cronache ricordano frattanto un momento specifico della sua stagione – in una gara contro l’Inter: il 20 giugno 1948, a Milano, segnò al 43esimo minuto ma l’arbitro Bonivento di Venezia annullò tutto per una presunta carica su Angelo Franzosi. La Paz rimase quindi a Napoli un’altra stagione e poco più prima di lasciare l’Italia (con il Napoli che ottenne nuovamente la serie A al termine della stagione 1949/50 – che vide La Paz scendere in campo in un’unica occasione).
Dopo l’esperienza italiana (per lui a Napoli 6 reti in 33 gare), La Paz se ne andò in Francia – dove giocò con le maglie di Olympique Marsiglia, Montpellier, Monaco, per terminare la carriera nel 1953. Dopo di che, di lui, non si seppe più nulla. O quasi.
Negli anni ’70 succede qualcosa di strano: Faustino Canè, il fantasista del Bologna e della Nazionale, lo incrocia a Coverciano durante un corso per allenatori. È l’ultima volta che Roberto La Paz viene visto, o almeno l’ultima volta documentata. Da lì in poi, più niente.
E qui la storia si fa interessante. Perché a differenza di tanti altri calciatori del passato dei quali si conosce data e luogo di morte, di La Paz non si sa nulla.
Nel 2019, un post su Facebook celebrava i suoi 100 anni. Oggi, nel 2026, di anni ne avrebbe 107.
È possibile? Poco probabile ma possibile. Ma è più probabile che semplicemente di lui si siano perse le tracce definitivamente, e che questo silenzio abbia alimentato la leggenda. Come Elvis, come certi personaggi popolari che la gente non vuole accettare se ne siano andati per sempre e per questo si immagina si trovino tutti su un’isola a far baldoria (cosa che al buon La Paz per altro non sarebbe dispiaciuto).
Quello che è certo è che Roberto La Paz ha scritto una pagina importante del calcio italiano. Prima di lui, nessun calciatore di colore aveva giocato in Serie A. Il Napoli fu la prima squadra ad averlo in rosa. E quando al porto di Marsiglia, dopo il ritiro, lavorò come facchino, portò con sé quella doppia vita del calciatore che aveva conosciuto la gloria e la decadenza. (Un destino comune a tanti calciatori degli albori o giù di lì).
Nel 2010, a Parma, è nata l’Associazione Sportiva La Paz che usa il calcio per favorire l’inclusione sociale. Un modo per tenere viva la memoria di un pioniere che ha lasciato il segno (nonostante le pochissime e sgranate foto che di lui rimangono) e la cui sorte è un mistero, un affascinante mistero. È morto? È vivo – ultracentenario – da qualche parte in Sud America? Ha passato gli ultimi decenni lontano dai riflettori, stanco di essere ricordato più per il colore della pelle che per le giocate?
