Rabiot e le origini del soprannome Cavallo Pazzo

Perché Adrien Rabiot è “Cavallo Pazzo”: dal grido di Caressa al doppio riferimento tra Sioux e protesta romana, con una curiosità su “OK”.

Enfant prodigio del calcio francese, il classe ’95 Adrien Rabiot è ormai nel pieno della maturità calcistica. Dopo aver vestito la maglia del PSG in giovanissima età, ha iniziato a muoversi a parametro zero dal 2019, quando si accasò con la Juventus – nonostante la corte di mezz’Europa. Con i bianconeri disputa complessivamente 212 gare (con 22 reti) ma non viene poi troppo amato e se ne va a parametro zero nel 2024, quando decide di indossare la maglia dell’Olympique Marsiglia.

Quest’estate decide quindi di tornare in Italia, per vestire la maglia del suo estimatore Allegri, che lo ha avuto già a Torino e con cui spera di tornare in Europa e di conquistare qualche titolo (in Italia, per lui, lo scudetto della stagione del Covid, una supercoppa italiana e due coppe Italia in bianconero).

Per tutti, ormai, Rabiot è cavallo pazzo. Ma da dove deriva questo soprannome?

“Rabiot? Cavallo pazzo!”: la scintilla in telecronaca

Se lo chiedi a un tifoso medio, spesso la risposta è una frase sola, sparata come un’etichetta eppure rimasta in testa a tutti: “Rabiot? Cavallo pazzo!”. È la folgorazione di Fabio Caressa in telecronaca: uno di quei momenti in cui il commento non descrive soltanto la giocata, ma crea un personaggio.

Da lì, il soprannome si è allargato: perché Rabiot, nel bene e nel male, è sempre stato “leggibile” in quel modo. Fisico importante, falcata ampia, progressione quando decide di accendersi; e poi quella sensazione, a tratti, di vivere la partita su un binario tutto suo, con picchi altissimi e pause che fanno discutere. In pratica: imprevedibile, non addomesticabile, difficile da incasellare in un aggettivo solo. “Cavallo pazzo”, appunto.

Dentro questa etichetta, però, c’è anche un secondo strato, più da racconto che da meme: da ragazzo il francese veniva chiamato Shunka Wakan, espressione legata all’immaginario di Un uomo chiamato Cavallo (e dei film successivi che ne hanno proseguito il mito). Non è un dettaglio indispensabile per capire il calciatore, ma spiega perché quel nomignolo abbia attecchito così facilmente: aveva già una storia pronta da agganciare.

Il “Cavallo Pazzo” indiano: l’uomo dietro il mito (e la nota su “OK”)

Quando dici Cavallo Pazzo, prima o poi arrivi lì: Crazy Horse, condottiero degli Oglala Lakota, figura centrale nelle guerre delle Grandi Pianure. Nato probabilmente nei primi anni Quaranta dell’Ottocento e morto nel 1877, è diventato un simbolo perché la sua biografia sta a metà tra cronaca e leggenda: la disciplina quasi ascetica, l’aura spirituale che molte testimonianze gli attribuiscono, e quel modo di guidare in battaglia che lo ha reso un riferimento anche per chi lo conosce solo “per sentito dire”.

Il nome, tra l’altro, è già un mondo: nella lingua lakota viene reso come Tȟašúŋke Witkó, e l’idea non è tanto “pazzo” nel senso da barzelletta, quanto “imbizzarrito”, “posseduto”, fuori misura. Una sfumatura che conta, perché spiega come certi nomi nascano dentro una cultura e poi cambino sapore quando li traduci di fretta.

Crazy Horse è associato soprattutto alla fase finale del conflitto del 1876 e alla battaglia del Little Bighorn, dove la sua presenza viene riportata da diverse testimonianze native (anche se molte ricostruzioni moderne invitano alla prudenza sui dettagli “da film”). Morì l’anno dopo, a Fort Robinson, in Nebraska, durante una colluttazione: anche qui, le versioni non sono sempre sovrapponibili, ma il punto è che non morì “in battaglia” come spesso si immagina, bensì dentro una resa dei conti sporca e politica.

E la frase famosa? “Today is a good day to die” viene continuamente appiccicata a lui, ma le fonti più serie la trattano come una attribuzione incerta e, in ogni caso, come una resa inglese che non coincide davvero con il valore dell’esclamazione lakota Hóka-héy, spesso intesa più come un “andiamo” o un incitamento da guerra che come una sentenza romantica sulla morte.

A margine, c’è la curiosità linguistica che piace a tutti: ogni tanto Hóka-héy viene tirato in ballo come possibile antenato sonoro di “OK/okay”. Suggestivo, sì. Ma l’etimologia più accreditata di “OK” viene in genere ricondotta alle abbreviazioni umoristiche ottocentesche (“oll korrect” per “all correct”), poi passate alla politica e al linguaggio comune. Quindi: bella digressione, da trattare per quello che è, non come certezza scolpita nella pietra.

Il “Cavallo Pazzo” romano: un soprannome nato dalla politica

Il bello (e il rischio) dei soprannomi è che viaggiano. In Italia “Cavallo Pazzo” è stato anche e soprattutto Mario Appignani, romano, attivista e personaggio ingestibile per definizione: uno di quelli che hanno trasformato la scena pubblica in un posto dove entrare, interrompere, disturbare. Ma qui il soprannome non ha nulla di western: è un nome di battaglia scelto dentro un clima preciso, quello del ’77, degli Indiani metropolitani, della contestazione creativa e insieme ferocemente politica.

Tra le altre cose (tra invasioni di campo – campo calcistico – e molteplici invasioni televisive – come quella storica a Sanremo che potete vedere qua su) Appignani è ricordato anche per l’episodio alla Sapienza passato alla storia come la cacciata di Luciano Lama. Un fatto che, ancora oggi, resta una foto di quel tempo: fratture, linguaggi, identità in collisione, e la necessità di farsi ascoltare anche con metodi che allora sembravano scandalosi e oggi, a rileggerli, suonano quasi profetici sul rapporto tra politica e spettacolo.

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