È il 9 settembre 2011 e il Milan affronta la Lazio a San Siro. Dopo appena venti minuti Gennaro Gattuso deve lasciare il campo: vede male, non riesce più a calcolare correttamente le distanze e finisce anche per scontrarsi con il compagno Alessandro Nesta. Quella che inizialmente sembra la conseguenza di un problema al sesto nervo cranico si rivelerà qualcosa di ben più complesso.
La malattia di Gennaro Gattuso è la miastenia oculare, una forma della miastenia gravis che interessa prevalentemente i muscoli degli occhi e delle palpebre. Una patologia autoimmune con la quale l’ex centrocampista del Milan e della Nazionale convive ormai da circa quindici anni e della quale è tornato a parlare durante il Festival dello Sport di Trento.
Gattuso lo ha fatto nel modo in cui parla quasi sempre di sé: senza vittimismo e senza fingere, però, che sia tutto semplice.
«È da quindici anni che prendo il cortisone. La malattia l’ho accettata, ci lavoro».
L’attuale allenatore della Lazio ha spiegato che alcune persone affette dalla sua stessa patologia possono restare a letto per quattro o cinque mesi, senza riuscire a muoversi. Nel suo caso la terapia gli ha permesso di continuare a lavorare, prima da calciatore e poi da allenatore, ma il prezzo da pagare rimane importante: assumere cortisone ogni giorno per così tanto tempo non è una passeggiata.
Cos’è la miastenia oculare
La miastenia gravis è una malattia autoimmune cronica della giunzione neuromuscolare. In parole più semplici, il sistema immunitario interferisce con la normale comunicazione tra nervi e muscoli, provocando debolezza e un affaticamento che tende ad aumentare con l’attività.
Quando la patologia rimane concentrata soprattutto sui muscoli che controllano gli occhi e le palpebre si parla di miastenia oculare. I sintomi più frequenti sono la ptosi, cioè l’abbassamento di una o di entrambe le palpebre, e la diplopia, la visione doppia. Possono alternarsi periodi relativamente tranquilli e fasi di riacutizzazione.
Le cure variano in base alla situazione clinica. Possono comprendere farmaci sintomatici e terapie che riducono l’attività anomala del sistema immunitario, tra le quali i corticosteroidi. Non esiste però una terapia identica per tutti: diagnosi e trattamento devono essere affidati agli specialisti.
Quel Milan-Lazio del 2011 e la paura di non poter più giocare
I primi segnali seri arrivarono nella parte iniziale della stagione 2011/12. Prima della partita contro la Lazio, Gattuso aveva già notato alcune anomalie nella vista; durante l’incontro la situazione precipitò. Nei giorni successivi raccontò di vedere prima triplo e poi doppio. Anche azioni normalissime, come scrivere una mail al computer o guardare la televisione, erano diventate complicate: ciò che vedeva non si trovava dove gli sembrava che fosse.
Inizialmente gli esami indicarono una paralisi del sesto nervo cranico. Soltanto nel gennaio 2012, dopo ulteriori controlli, si arrivò alla diagnosi di miastenia oculare. Gattuso rimase lontano dal campo per circa sei mesi, tornando a giocare nel marzo successivo.
Non fu ancora la fine della sua carriera: lasciò il Milan nell’estate del 2012 e disputò l’ultima stagione da professionista in Svizzera, con il Sion. Tuttavia, la malattia aveva ormai cambiato il suo rapporto con il calcio e con la vita quotidiana e probabilmente quella patologia accelerò la decisione del centrocampista calabrese di smettere di giocare.
La ricaduta del 2020 e la benda sull’occhio
Nel dicembre 2020 la miastenia tornò a manifestarsi in maniera evidente. Gattuso, allora allenatore del Napoli, si presentò in panchina con una vistosa benda sull’occhio destro. Le immagini fecero rapidamente il giro d’Italia e, insieme alla preoccupazione, circolarono anche voci incontrollate sulle sue condizioni.
Dopo Napoli-Torino decise quindi di spiegare pubblicamente cosa gli stesse accadendo.
«Ho sentito dire che sono morto, ma tranquilli che non muoio. Vedo doppio e c’è tanta stanchezza».
Era la terza ricaduta in dieci anni e, per sua stessa ammissione, la più forte. Da quasi due settimane non si sentiva sé stesso, faceva fatica e cercava di nasconderlo. Anche in quell’occasione, però, non rinunciò all’ironia: assicurò che sarebbe passato e che sarebbe tornato persino più bello di prima (affermazione, quest’ultima, sulla quale era lecito nutrire qualche dubbio).
Dietro la battuta c’era una condizione concreta: la diplopia altera la percezione delle distanze, mentre la debolezza dei muscoli oculari può rendere difficili persino attività apparentemente banali, e la benda serviva a eliminare una delle due immagini e permettergli di vedere senza il continuo sdoppiamento.
Quindici anni di cortisone e la rinuncia all’alcol
La terapia ha comportato anche un cambiamento netto nelle sue abitudini. Gattuso ha raccontato di non bere alcun tipo di alcolico da sei o sette anni. Già nel 2025 aveva spiegato di avere rinunciato anche a piaceri semplici, come un bicchiere di vino, e di ricevere messaggi da persone affette dalla stessa malattia, sorprese dall’energia con cui continua a lavorare.
La risposta, probabilmente, è nella maniera in cui ha sempre affrontato le difficoltà. Gattuso non nega la malattia né la trasforma in una storia edificante a tutti i costi. Dice di averla accettata, di lavorarci ogni giorno e di sapere che potrebbe limitarlo molto più di quanto abbia fatto finora.
«Si va avanti finché Dio ci dà la forza di continuare».
Una frase che potrebbe sembrare costruita appositamente per Ringhio e che invece riassume una convivenza lunga quindici anni: cortisone quotidiano, rinunce, ricadute e periodi nei quali persino tenere gli occhi aperti o vedere una sola immagine diventa una fatica.
