Nel 1982 l’indimenticato Paolo Rossi diventava campione del mondo, l’altrettanto indimenticato Michael Jackson pubblicava Thriller e il (a sua volta indimenticato) Commodore 64 iniziava a comparire nelle case degli italiani. Gigi Fresco, ventunenne, prendeva invece in mano la prima squadra della Virtus Verona, allora impegnata in Terza Categoria. Quarantaquattro anni dopo è ancora lì.
O meglio: tecnicamente, nel marzo del 2026, per diciannove giorni ha lasciato la guida della squadra al suo vice Tommaso Chiecchi. Fresco, però, continuava ad andare agli allenamenti, sedeva in panchina e ricopriva il ruolo di secondo. Poi è tornato allenatore principale, facendo rientrare Chiecchi nei ranghi precedenti. Persino l’interruzione del rapporto più lungo del calcio italiano, insomma, è stata relativa.
Lo chiamano il Ferguson d’Italia, ma il paragone comincia quasi a essere riduttivo: Sir Alex rimase alla guida del Manchester United per poco meno di 27 anni, Fresco allena la Virtus dall’epoca in cui la squadra affrontava l’ultima categoria del calcio dilettantistico. Nel frattempo ne è diventato anche presidente e l’ha accompagnata fino alla Serie C.
In panchina da quando aveva quindici anni
Il 1982 è la data dalla quale viene fatto partire il record, ma la carriera di Fresco allenatore era cominciata parecchio prima. Addirittura nel 1973, quando aveva dodici anni e seguiva i bambini di otto. Nel 1976, a quindici anni, arrivò la sua prima squadra ufficiale di Pulcini iscritta ai campionati federali. Come raccontato al podcast NEPD – da cui traiamo tutti i virgolettati (in coda potete vedere la puntata intera):
«Dal 1976 al 1982 ho allenato Pulcini, Esordienti, Giovanissimi e Allievi. Nell’82 ho preso in mano la prima squadra».
Nel frattempo giocava anche lui, da stopper: quello che oggi chiameremmo difensore centrale marcatore, sebbene ai tempi le marcature a uomo rendessero il mestiere un po’ diverso. Continuò fino ai vent’anni, ma nel frattempo era già diventato allenatore e responsabile del settore giovanile. Poco dopo sarebbe stato anche presidente. Fare contemporaneamente il calciatore, a quel punto, cominciava a essere eccessivo persino per uno abituato a ricoprire più incarichi.
Quella Virtus, peraltro, non aveva molto a che vedere con la società arrivata nel calcio professionistico. Era una squadra di quartiere, espressione di Borgo Venezia, e Fresco contribuiva persino alla raccolta della carta da vendere per finanziare il club. Da lì cominciò una scalata lentissima e, proprio per questo, difficilmente replicabile.
Terza Categoria nel 1982, Seconda l’anno successivo, Prima Categoria nel 1987, Promozione nel 1991, Eccellenza nel 2000 e Serie D nel 2006. Il post diventato virale sui social in occasione dei playoff del 2023 condensava tutto in poche righe, con una categoria sotto l’altra. Sembrava la schermata di avanzamento di un videogioco, solo che per completarla erano serviti più di quarant’anni.
Da Bagnoli alla Serie C
Wikipedia indica Luigi Delneri e Alberto Malesani come principali modelli di Fresco. Entrambi sono suoi amici e hanno rappresentato, in epoche differenti, un pezzo importante del calcio veronese. Il suo primo vero maestro, però, è stato un altro.
«Il mio primo maestro è stato Osvaldo Bagnoli, che secondo me era un genio. L’ho conosciuto prima degli altri e andavo a casa sua per imparare. Un altro allenatore che non viene citato su Wikipedia e del quale ho grandissima stima è Cesare Prandelli: anche lui ho avuto modo di conoscerlo e da lui ho imparato».
Non esattamente riferimenti scelti a caso. Bagnoli portò il Verona allo scudetto del 1985, Prandelli sarebbe arrivato fino alla Nazionale. Fresco ha preso altre strade, lavorando lontano dalla Serie A e costruendo qualcosa che in Italia ha pochi termini di paragone.
Nel 2013 la Virtus vinse la finale dei playoff di Serie D contro la Casertana e ottenne il ripescaggio in Lega Pro Seconda Divisione. Secondo quanto ricordato dallo stesso Fresco, il divario economico fra le due società era enorme: circa 190mila euro spesi dalla Virtus contro oltre un milione della formazione campana. Il presidente della Casertana, dopo la sconfitta, gli disse che lo avrebbe assunto non appena avesse deciso di lasciare Verona.
Non è successo.
La prima esperienza tra i professionisti durò una stagione. Nel 2018 la Virtus tornò in Serie C vincendo il proprio girone di Serie D e vi rimase per otto campionati consecutivi. Il punto più alto arrivò nel 2022-2023: sesto posto, playoff per la Serie B e cammino interrotto dal Pescara nella fase nazionale. La stessa società che nel 1982 era scesa dalla Seconda alla Terza Categoria si trovava a giocare per entrare, almeno teoricamente, nell’anticamera della Serie A.
L’allenatore che si sostituì da solo
La stagione 2025-2026 ha interrotto il lungo ciclo tra i professionisti. Il 5 marzo, con la Virtus in piena zona retrocessione, Fresco affidò la prima squadra a Chiecchi. La notizia fece il giro del mondo con una formula tanto irresistibile quanto imprecisa: il presidente della Virtus aveva esonerato l’allenatore della Virtus, cioè sé stesso.
In realtà non ci fu né un esonero né un abbandono.
«Non mi sono dimesso. Avevo semplicemente promosso il mio vice a primo allenatore, mentre io facevo il vice: continuavo ad andare in panchina e a tutti gli allenamenti. Vivevo un momento difficile perché mia mamma, alla quale ero legatissimo, stava morendo e non riuscivo a seguire bene la squadra, non c’ero con la testa. Pensavamo inoltre che potesse servire una scossa. Poi purtroppo mia mamma è venuta a mancare e il mio vice mi ha detto che era meglio tornare come prima».
Diciannove giorni dopo, Fresco era nuovamente il primo allenatore. Non riuscì a evitare la retrocessione, maturata senza nemmeno la possibilità di disputare i playout, e nell’estate del 2026 si ritrovò in Serie D. Non accadeva da otto anni.
L’obiettivo dichiarato non è risalire immediatamente a ogni costo. Prima bisogna ritrovare confidenza con una categoria cambiata, conoscere avversari e calciatori, ricostruire quanto perso durante il lungo periodo trascorso tra i professionisti. Il ritorno in Serie C, nelle intenzioni di Fresco, dovrebbe arrivare entro tre o quattro anni.
Un record ancora senza Guinness
In Italia nessun allenatore è rimasto sulla stessa panchina quanto lui. Fresco ha superato nettamente anche Ferguson ed è arrivato a una durata paragonabile a quella di Guy Roux, alla guida dell’Auxerre per oltre quarant’anni ma con alcune interruzioni.
Nel marzo del 2025 l’Associazione Italiana Allenatori e il Settore Tecnico della FIGC lo hanno premiato a Coverciano per la sua straordinaria longevità. Un riconoscimento ufficiale dal calcio italiano, ma non ancora dal Guinness World Records.
«Mi piacerebbe contattarli, se sapessi come si fa. È tutto ufficiale e dimostrabile. Sono stato premiato a Coverciano per questo record mondiale dall’Associazione Allenatori e dal Settore Tecnico, ma con quelli del Guinness dei primati non ho mai avuto alcun contatto».
Il dato, in effetti, è più facile da dimostrare di molte imprese già certificate: una società, un allenatore e oltre quattro decenni di tabellini, classifiche e campionati federali. Resta semmai da stabilire la corretta formulazione del primato, considerando le diverse carriere internazionali e quei diciannove giorni durante i quali Fresco, formalmente vice, non lasciò mai la squadra.
Presidente o allenatore?
Fresco è stato entrambe le cose per gran parte della propria vita. Se gli si chiede quale sia il mestiere più complicato, non ha molti dubbi.
«È più difficile fare l’allenatore, perché c’è tanto di irrazionale, di istintivo e anche di casuale. Il presidente pianifica. Da allenatore magari prendi due pali e perdi 2-1: alla fine dicono che hai giocato male. Se quei due palloni entrano, gli stessi commentatori dicono che hai giocato bene e sei stato bravo a rimontare. Non sempre il risultato è una conseguenza logica di quello che fai».
È una considerazione che aiuta anche a comprendere la sua permanenza. Fresco non ha mantenuto il posto perché la Virtus abbia vinto senza interruzioni: nel suo percorso ci sono sette promozioni e tre retrocessioni, annate memorabili e stagioni sbagliate. Ha mantenuto il posto perché, essendo anche il presidente, non ha mai considerato l’allenatore un elemento separato dal progetto.
Fuori dal campo è stato insegnante e responsabile amministrativo scolastico, dopo la laurea in Pedagogia all’Università di Padova. Ascolta rock, country e cantautori italiani, ha visto circa trenta concerti di Vasco Rossi e indica Samarcanda di Roberto Vecchioni come la canzone che probabilmente ha cantato più volte dello stesso autore. La passione per Bruce Springsteen, invece, gliel’ha trasmessa Roberto Baggio durante i viaggi condivisi verso Coverciano per frequentare i corsi da allenatore.
Da ragazzo vendeva carta per aiutare la Virtus. Oggi prova a riportarla tra i professionisti, ancora dalla stessa panchina. Il Guinness, eventualmente, sa dove trovarlo.


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