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L’incredibile storia del prete calciatore: don Francesco Ametta salva la Sammartinese con una doppietta

La Sammartinese resta in Promozione, il Baiso/Secchia retrocede e fin qui potrebbe sembrare una normale domenica di calcio dilettantistico emiliano. Il dettaglio che ha trasformato il playout del girone B in una storia destinata a uscire dai confini della provincia, però, è un altro: i primi due gol del 3-0 finale li ha segnati un sacerdote.

Il prete bomber in questione – che è arrivato a fare notizia sulla Gazzetta dello Sport, che non è roba di tutti i giorni – si chiama Francesco Ametta, ha 30 anni, è viceparroco a San Martino in Rio ed è conosciuto da tutti semplicemente come “don Francesco”. Domenica scorsa ha trascinato la Sammartinese alla salvezza con una doppietta pesantissima, confermandosi – per l’attività che affianca al calcio – uno dei personaggi più particolari del calcio emiliano.

Don Francesco, dal seminario al campo di Promozione

La sua non è una storia costruita a tavolino per diventare virale. Don Francesco giocava già a calcio prima della vocazione religiosa, sempre tra i dilettanti emiliani, e non ha mai nascosto la passione per il pallone. Ordinato sacerdote il 4 giugno 2022, oggi divide il tempo tra la parrocchia e il campionato di Promozione.

In questa stagione ha raccolto 21 presenze, 12 da titolare, segnando sei gol. Tra questi, i due più importanti sono arrivati proprio nello spareggio salvezza contro il Baiso/Secchia (ma anche un’altra bella marcatura che ha fatto il giro del web e che potete apprezzare qui – da cui è tratto lo screenshot della foto in evidenza).

Nel suo campionato ci sono anche sette ammonizioni, dettaglio che racconta abbastanza bene il tipo di approccio che ha in campo – tutt’altro che ecumenico.

“La prima difesa è sempre l’attacco”, ha spiegato con ironia parlando dei cartellini ricevuti. Quando serve interrompere una ripartenza, insomma, anche il sacerdote non tira indietro la gamba.

Nel calcio di provincia, dove quasi tutti si conoscono, la figura di un prete attaccante è inevitabilmente diventata familiare anche agli avversari. “Mi ha colpito che pure arbitri e giocatori delle altre squadre mi chiamassero ‘don’”, ha raccontato alla rosea. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante della vicenda: la normalità con cui due mondi apparentemente lontani sono riusciti a convivere.

La fede, la scelta del seminario e il ritorno al calcio

Ametta ha parlato più volte del rapporto con la fede e del percorso che lo ha portato in seminario. Cresciuto in una famiglia cattolica, racconta di aver vissuto gli anni decisivi durante l’adolescenza e poi dopo le scuole superiori, grazie agli incontri e alle amicizie nate in parrocchia.

La scelta definitiva arrivò nel 2015, durante un pellegrinaggio a Santiago de Compostela. Dopo un anno di università, lasciò tutto per entrare in seminario: la fidanzata, gli amici, la vita di prima e anche il calcio.

Il pallone però è rientrato nella sua vita qualche anno dopo, quasi per caso. Una volta arrivato nella parrocchia di San Martino in Rio, chiese alla squadra locale la possibilità di allenarsi per tenersi in forma. Da lì è nato tutto il resto: qualche seduta, poi il tesseramento e infine le partite ufficiali.

Naturalmente la priorità resta il ministero. Le domeniche di un sacerdote non sono esattamente leggere e la convivenza con il calcio richiede un equilibrio continuo. Don Francesco celebra la messa la mattina e, quando gli impegni glielo permettono, nel pomeriggio raggiunge il campo. Lo stesso vale per gli allenamenti serali, spesso incastrati tra funzioni religiose e incontri in parrocchia (ma sotto questo punto di vista non c’è troppa differenza con un professionista qualsiasi).

Tra Lautaro, Zanetti e il calcio di provincia

Interista dichiarato, Ametta indica in Lautaro Martinez il giocatore che ammira di più oggi, soprattutto per il carisma oltre che per le qualità tecniche. Tra i riferimenti del passato cita anche Javier Zanetti, Cambiasso e Del Piero.

Non sa ancora per quanto tempo continuerà a giocare. “Forse uno o due anni”, ha detto. Ma la sensazione è che il calcio continuerà comunque a far parte della sua quotidianità, anche solo attraverso l’oratorio e le partitelle con i ragazzi.

Ed è probabilmente questa la parte più bella della storia: non la stranezza del “prete bomber”, ma il modo semplice con cui un sacerdote riesce ancora a vivere il calcio di provincia come fanno migliaia di altri dilettanti italiani. Allenamenti serali, campi pesanti, playout, amicizie e spogliatoi. Con la differenza che, prima della partita, lui arriva direttamente dalla messa.

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